Morto un Papi se ne fa un altro

di Marco TravaglioIl Fatto Quotidiano

Da qualche giorno vari quotidiani parlano spensieratamente dell’ipotesi di un bel governo Schifani (o Letta) per ridare credibilità all’Italia in Europa e, perché no, in tutto l’orbe terracqueo. Ne parlano perché l’ipotesi circola nelle alte sfere, il che la dice lunga sulla sanità mentale di chi frequenta le alte sfere. Schifani è ovviamente indagato, altrimenti non si parlerebbe di lui per la Presidenza del Consiglio. E non per un reatucolo qualsiasi, ma per associazione mafiosa: un anno e mezzo fa la Procura di Palermo ha riaperto una vecchia indagine due volte archiviata, alla luce delle dichiarazioni di alcuni pentiti, fra i quali Francesco Campanella, già presidente del Consiglio comunale di Villabate, favoreggiatore della latitanza di Provenzano e dunque presidente nazionale dei Giovani Udeur (i mastelliani in erba); e Gaspare Spatuzza, il collaboratore che sta riscrivendo la storia delle stragi. Il primo ha raccontato i suoi rapporti con Nino Mandalà, ritenuto dai magistrati e da una sentenza di primo grado il boss di Villabate, legatissimo a Provenzano, che regnava sulle giunte del comune alle porte di Palermo per le quali Schifani prestava consulenze urbanistiche prima di entrare in politica nel 1996. Il secondo ha illustrato i presunti rapporti di Schifani col clan di Brancaccio capitanato dai fratelli Graviano, condannati a vari ergastoli per le stragi. La notizia della riapertura delle indagini su Schifani, anticipata da Lirio Abbate sull’Espresso un anno fa, è fra le più censurate e proibite che si conoscano (anzi, che non si conoscano). Infatti, a parte l’Espresso e il Fatto, non la ricorda mai nessuno. Ieri a Spatuzza e Campanella si è aggiunto un altro pentito: l’ex boss di Ficarazzi Stefano Lo Verso, già vivandiere di Provenzano. Anche lui sa molte cose degli intrecci fra mafia e politica in quel di Villabate e non solo. Finora i suoi verbali sul presidente del Senato erano stati segretati o coperti da omissis. Ma ieri è stato pubblicamente interrogato nell’aula del Tribunale di Palermo dove si processano il generale Mori e il colonnello Obinu per favoreggiamento a Provenzano. E ha detto: “Nicola Mandalà (figlio di Nino, all’ergastolo per omicidio e mafia, ndr) mi disse che avevamo nelle mani Renato Schifani, Marcello Dell’Utri, Totò Cuffaro e Saverio Romano. Mandalà mi disse di stare tranquillo, perché eravamo coperti sia a livello nazionale che a livello locale. A livello nazionale con Schifani, che era collega… amico e socio di suo padre… A livello locale con Cuffaro e Romano”. Cuffaro è in carcere per scontare una condanna definitiva a 7 anni per favoreggiamento mafioso. Dell’Utri è a Montecitorio per scontare una condanna in appello a 7 anni per concorso esterno. Romano è ministro dell’Agricoltura per scontare un’imputazione di concorso esterno. Schifani, sebbene soltanto indagato per mafia, è la seconda carica dello Stato. Non sappiamo, ovviamente (spetterà ai giudici valutare le parole dei pentiti) se, da capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama e poi da presidente del Senato, Schifani abbia “coperto” gli interessi di Cosa Nostra. Sappiamo però che Loverso non mente quando dice che Nicola Mandalà gliene parlò come di un vecchio “amico e socio” del padre: è storicamente provato, anche se nessuno lo dice, che a cavallo fra gli anni 70 e gli anni 80, Schifani era azionista della “Siculabroker” assieme ad altri, fra i quali Mandalà padre (poi arrestato per mafia), l’avvocato dei cugini Salvo (gli esattori di Salemi, poi arrestati per mafia) e Benny D’Agostino (poi arrestato per storie di mafia). Una bella compagnia che qualcuno si ostina a non dimenticare. Chissà oggi come faranno i giornali a occultare il tutto. Invece i tg di regime si sa benissimo come han fatto: hanno taciuto, punto. E han fatto un torto a Schifani che, con questo pedigree, ha tutte le carte in regola per succedere a B. Morto un Papi se ne fa un altro.

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